Comporre per la liturgia: ricercare la Bellezza in Umiltà.

La questione della musica liturgica, di quali caratteristiche debba avere, a quali stili ed estetica debba rifarsi, quali e quanti spazi debba ritagliarsi e chi debba eleggere come proprio esecutore (l’annosa questione della “partecipazione assembleare”) è stata tanto più discussa quanto più si è tentato di cancellare con un colpo di spugna la grande eredità del suo glorioso passato, attraverso una interpretazione univoca e tendenziosa dei dettami del Concilio Vaticano II. Non si intende naturalmente affermare che ciò che la tradizione musicale della cristianità occidentale ci ha consegnato, in termini di qualità artistica ma anche di profondità spirituale e funzionalità liturgica, vada “ipso facto” semplicemente riproposto acriticamente in un contesto senz’altro mutato ma, certo, esso dovrebbe costituire la roccia, la “pietra d’angolo” su cui edificare il nuovo edificio della musica liturgica contemporanea. Che non esista un “nuovo” senza la memoria del “passato”, e l’interiorizzazione della sua lezione, è un’ovvietà che però, incredibilmente, pare necessario continuare a ribadire. Affrontare tale problema in tutte le sue implicazioni è impegno complesso che richiederebbe un lungo approfondimento; mi limito ad alcune considerazioni dal punto di vista del compositore che scrive per la liturgia.

Credo infatti che l’approccio alla composizione musicale per la liturgia richieda la consapevolezza di alcuni aspetti basilari, sia di natura strettamente pragmatica che più genericamente “estetica”, destinati a guidare il lavoro del compositore.

1) La musica per la liturgia è musica “funzionale”; la creatività del compositore non può dunque prescindere dal contesto in cui si trova ad operare, quello della celebrazione liturgica, che impone tempi, spazi, finalità. Ogni tentazione di protagonismo è dunque accuratamente da evitare.

2) La “funzione” in questione, però, è, per il musicista credente e per i fedeli che partecipano alla celebrazione liturgica, tutt’altro che “svilente”. Dovrebbe trattarsi invece, dal loro punto di vista, del compito più nobile, alto e gravoso; quello, cioè,  di farsi portavoce attraverso l’arte del dialogo tra Dio e il suo popolo, di “vestire” musicalmente, quindi, la Parola che Dio rivolge al credente e la preghiera che la comunità dei fedeli rivolge al proprio Dio.

3) Si tratta dunque, accertata l’importanza del compito, di tessere la “veste” più splendida possibile, così che esalti la bellezza di chi la indossa senza oscurarla con la propria. Fuor di metafora, la musica che “riveste” la parola di Dio e la preghiera del cristiano, DEVE essere bella ma in modo tale da esaltare, con la propria bellezza, il testo di cui veicola i contenuti ed il significato e non in modo tale da “oscurarlo” con la propria invadenza. 

4) Di conseguenza è alla Verità  ed alla Bellezza della  divina Rivelazione che tale arte dovrebbe commisurarsi, non ai gusti, variabili e volubili, della comunità dei fedeli. Non si tratta di compiacere quanta più gente possibile tra coloro che prendono parte alla celebrazione eucaristica ma di  trasportarli in una dimensione trascendente di preghiera e di contatto con l'”Alterità” suprema.  In tutta evidenza, si tratta di un compito tale da far tremare i polsi anche a musicisti dalla solida preparazione tecnica e cultura musicale; ciò dovrebbe far riflettere sull’inopportunità di affidarlo a compositori “improvvisati” ed impreparati.

5) Inoltre, se la musica liturgica è “preghiera”, essa DEVE impegnarsi ad esaltare il contenuto testuale, secondo la sensibilità del compositore. A seconda dei modelli “storici” che il compositore decida di prendere a riferimento, del carattere specifico della singola celebrazione, del contesto “liturgico” ed “ambientale” e, in determinati limiti, della tradizione liturgica locale, egli può optare per differenti scelte stilistiche. Può, ad esempio, decidere per un linguaggio più emozionale, valorizzando ed esaltando dunque i contenuti “emotivi” del testo, oppure più “oggettivo”, “contemplativo”, in cui la musica ricerchi una sorta di bellezza formale apollinea, “atarassica”, dalla quale il testo possa emergere “puro”, “impassibile”, come scolpito in una pietra secolare.

6) Personalmente non credo che la buona musica liturgica debba per forza rispondere a precisi e preordinati caratteri stilistici o tecnico-compositivi; in questo senso, al compositore ritengo si possa lasciare una certa libertà d’azione. Piuttosto, a mio parere, due aspetti sono determinanti per un’efficacia resa della musica nella liturgia: l’adesione “sincera” ed il senso del mistero. Il primo aspetto, quello della “sincerità”, riguarda, genericamente, ogni creazione artistica ma lo trovo particolarmente importante nell’ambito della musica sacra e liturgica nella quale il semplice “mestiere”, per quanto sofisticato, potrebbe non essere sufficiente ad assicurare un risultato realmente convincente.

Mi rendo conto trattarsi di un criterio piuttosto “sfuggente” e “vago” ma, dal mio punto di vista, è assai avvertibile ad un ascolto attento e può risultare piuttosto decisivo. A proposito del secondo aspetto ritengo che, se è vero che la musica sacra e la musica liturgica hanno a che fare col rapporto dell’umano con il Divino e che quest’ultimo è, per definizione, ciò che ci trascende e che rimane (almeno parzialmente se non sostanzialmente) oscuro e nascosto alla nostra ragione e ai nostri sensi (di qui la necessità della “Fede”), tale musica non può non trasmettere un senso del mistero e dell’arcano, valorizzando l’elemento “simbolico” che, come dovrebbe essere per il rito nel suo complesso con tutto il suo apparato verbale e gestuale, si pone come porta per accedere ad una dimensione “extra-sensibile” ed “extra-razionale”.

7) Va di conseguenza che le maggior nemiche di una buona musica liturgica (come di una buona musica in generale, per altro) siano la banalità, la superficialità e l’ovvietà da un lato, la mancanza di umiltà dall’altro.

8) Come compositore che si trova a rivestire un ruolo a causa del quale gli è richiesto di scrivere musica liturgica, anche se destinata ad un coro e non all’assemblea dei fedeli, e che, per scelta, scrive spesso musica sacra, mi sono trovato ad adottare io stesso linguaggi e stili differenti, sempre filtrati attraverso la mia personale sensibilità. Riconosco però in un linguaggio di forte impronta modale un mezzo privilegiato per avvicinarmi al mio personale ideale di stile particolarmente adatto alla musica sacro-liturgica e per tentare di conferirle una particolare forza “spirituale”. Sia che esso si faccia cassa di risonanza di suggestioni arcaiche, richiamandosi al canto gregoriano e all’antica polifonia e , conseguentemente, alla nostra “memoria storica” musical-spirituale, sia che esso si apra ad “arcane” suggestioni armoniche moderne (come la scuola francese insegna) esso mi sembra davvero un mezzo ideale per veicolare con efficacia la Parola divina e la preghiera cristiana.

9) Questi caratteri stilistici ed estetici si ritrovano in vario modo nelle composizioni che riporto qui, unicamente a titolo esemplificativo degli esiti più personali cui mi ha condotto fin qui il mio percorso in questo ambito. Si tratta di tre “Ordinarium Missae” di diverso carattere e per diversi organici ma tutti accomunati dallo stesso “orizzonte” stilistico; uno è scritto per coro misto a cappella, uno per coro a 2 voci (femminile, maschile o misto) ed organo, uno per voce (soprano o tenore) ed organo (di tutti è disponibile la partitura in formato pdf alla pagina “Composizioni“). Tutti questi lavori si distinguono per la loro brevità e concisione, in linea con le esigenze liturgiche, e per una certa essenzialità, asciuttezza e trasparenza di scrittura, esente da ogni tentazione di teatralizzazione  dei contenuti testuali. Se i primi due indulgono ancora, in taluni punti, ad una evidenziazione degli aspetti emotivi presenti nel testo, il terzo opta per una grande semplicità tecnica, per l’uso di una modalità fluida e scarna, composta e quasi “neutra” emotivamente, privilegiando un carattere orante dai tratti di olimpica contemplazione, evitando ogni tentazione di protagonismo all’interno dello spazio liturgico.

Se il mio ruolo in seno alla pluricentenaria istituzione della Cappella Civica dovesse continuare nei prossimi anni e, con esso, la mia attività di compositore per la liturgia, non so come potranno evolversi (o involversi) le caratteristiche del mio lavoro; di certo, a meno di clamorose “illuminazioni sulla via di Damasco”, credo che le linee guida dovrebbero rimanere all’incirca fedeli a quanto scritto in questo articolo, a dispetto delle inevitabili trasformazioni dovute al trascorrere degli anni. Non resta solo che augurarsi che, alla base di tale attività, rimanga sempre come saldo riferimento e monito il famoso motto bachiano: SDG (Soli Deo Gloria).

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