La modernità dell’arcaico: Hildegard Von Bingen

I programmi di musica sacra  che proponiamo con l’Ensemble InContrà iniziano spesso con un brano (“O Ignee Spiritus”) composto dalla mistica, poetessa, scrittrice, drammaturga, filosofa, linguista, cosmologa, musicista, scienziata e naturalista tedesca Hildegard Von Bingen (Bermershein vor der Höhe, 1098 – Bingen am Rhein, 1179). Straordinario esempio di donna dal multiforme ingegno in un’epoca spesso giudicata frettolosamente come oscurantista, essa ci ha lasciato, tra le altre cose, un consistente numero di liriche spirituali da lei musicate, raccolte nel volume “Symphonia harmoniae celestium revelationum” 1151-1158).

Le linee melodiche rivelano una evidente affinità stilistica, estetica e compositiva con quelle del repertorio gregoriano ma, probabilmente, venivano eseguite, oltre che in semplice forma monodica, anche con l’ausilio di note pedale e di sostegni armonici realizzati con altre voci o con strumenti.

Ogni volta che eseguiamo questo repertorio, il quale trova nell’acustica e nell’ambiente di una chiesa il suo contesto ideale, non smettiamo di meravigliarci di come mezzi così apparentemente poveri riescano ad ottenere un effetto musicale e spirituale così suggestivo e potente; non sorprende, di conseguenza, che, nell’ambito dell’utilizzo della voce, molte tecniche compositive ed atmosfere sonore contemporanee si riallaccino così strettamente a questi primi passi della storia della musica colta occidentale, primi passi attraverso i quali, dalla monodia gregoriana, poco alla volta sorgevano le prime, elementari, sperimentazioni polifoniche.

L’uso così primitivo della voce ne esalta l’elemento squisitamente timbrico, in un clima di purezza e “nudità” che sa quasi di “rivelazione” e che non può non affascinare i compositori contemporanei che dell’esplorazione del timbro hanno fatto il loro privilegiato territorio di indagine. Una tale, scarna e umile “purezza” si riflette anche sul piano della forza spirituale di questa musica, esaltata oltretutto dal ruolo centrale che acquista l’intelleggibilità della declamazione del testo; uno straordinario richiamo all’essenzialità formale e contenutistica e all’economia di mezzi (specie nella musica vocale) per il compositore di ogni epoca, spesso condizionato dalla preoccupazione di rivelare il proprio spessore tecnico-artistico attraverso l’esercizio della complessità. Musica orante, contemplativa ed atemporale, spogliata di ogni sovrastruttura e teatralità e, proprio per questo, predisposta ad esaltare l’aspetto timbrico come elemento primario e primordiale dell’esperienza sonora; arcaicità e modernità, misticismo e sensualità, spirito e carne si danno magicamente la mano in questo repertorio che, non a caso, ancor più se ascoltato dal vivo e nell’ambiente atto ad esaltarne le caratteristiche, continua ad esercitare un fascino potente sui pubblici più diversi ed eterogenei.

 

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